Grana Padano autentico nel Wisconsin una vera fake news

comunicato-4

Non si può che smentire la tesi di chi fa risalire oltre-confine l’origine dei grandi formaggi duri del nostro Paese e viene strumentalizzata dal Financial Times per demolire i nostri formaggi Dop Non si può che smentire la tesi di chi fa risalire oltre-confine l’origine dei grandi formaggi duri del nostro Paese e viene strumentalizzata dal Financial Times per demolire i nostri formaggi Dop

Direttore, come commenta la tesi di Alberto Grandi, professore associato all’Università di Parma secondo il quale i nostri grandi formaggi, come il Grana Padano, nascono e vengono preservati nella loro autenticità nel Wisconsin?
È un’autentica fake news. In realtà, è noto a tutti come l’origine dei nostri grandi formaggi sia legata alle Abbazie del nostro Paese circa 1.000 anni fa e le prime tracce di queste secolari ricette risalgano al 1135. Nacquero come modalità per conservare, nel tempo, un prodotto deperibile come il latte. I testi e la pittura d’epoca ne sono un’evidente e ripetuta testimonianza.

Qual è, quindi, la storia del Grana Padano?

Il nostro formaggio Dop era stato chiamato, inizialmente, Caseus Vetus e, più tardi, Grana. È sufficiente rovistare nelle memorie dell’esimio maestro Giuseppe Verdi, ingegnosissimo allevatore e poi trasformatore del suo latte nel piacentino, per scoprire che a metà dell’Ottocento del secolo scorso chiamava Grana il suo formaggio. È stato uno dei produttori del famoso Grana piacentino, padre del Grana Padano. Negli appunti di casa Verdi, a Villanova sull’Arda, si è scoperto che la ricetta, nei suoi tratti fondamentali, è la stessa del nostro Grana Padano.

Qual è la ragione di queste affermazioni non veritiere?

Se a denigrare le origini e la storia di preziosi cibi italiani, riconosciute eccellenze agroalimentari made in italy, è un docente italiano la fake fa ancora più scalpore e viene usata volentieri dai detrattori d’oltre-confine per attaccare il nostro cibo. Chiunque, al contrario, si fosse aggiunto al coro delle lodi del cibo italiano non avrebbe fatto notizia.
Il Financial Times ha riportato queste false notizie mettendo in atto, proprio durante la presentazione della candidatura della cucina italiana come patrimonio dell’unanimità Unesco 2023, un tentativo di penalizzarci. Un tentativo che potrebbe arrecare danni economici e d’immagine a prodotti-vessillo dell’alta qualità made in Italy.
Fa, invece notizia chi cerca di addurre motivazioni negative e contrarie al cibo italiano o alla sua storia, dimostrando al mondo, ancora una volta, che gli italiani sono tra i più grandi (in senso dimensionale) demolitori dell’italianità.

«Per quanto riguarda le vendite di marzo – ha spiegato Berni – sono rallentate le uscite retail di Grana Padano, ma hanno evidenziato un buon andamento gli altri canali, i trasformati, soprattutto l’export. Anche il grattugiato a marzo ha mostrato un calo del 2,3%, anche se il trimestre gennaio marzo 2023 rimane positivo, con un progresso del 2,1%».

Grandi sostiene che siano stati proprio gli immigrati italiani del XX secolo ad esportare la produzione nel Wisconsin, mantenendo la ricetta originale

Un dettaglio non veritiero perché è vero che nel grande esodo italiano degli inizi del Novecento del secolo scorso verso gli Usa ci fossero anche casari. Proprio nel Wisconsin, a tutt’oggi la più grande fucina di imitazioni e millanterie dell’italian food, ma non solo lì, produssero ciò che sapevano produrre qui, tra cui il Grana, l’Asiago, visto che la popolazione veneta era tra la più numerosa che affollava i bastimenti transoceanici, e altri pregiati prodotti italiani. Ma là non avevano la storia, le Università, la cultura, la ricerca, come invece c’era e c’è in Italia, ad aiutarli a mantenere i tratti e le caratteristiche dei formaggi duri. Rimasero, quindi, fermi, con prodotti simili, ma diversi anche perché è differente il terroir che condiziona il risultato, il gusto del prodotto.
Del resto noi, in Italia, siamo andati avanti e il Grana Padano è diventato il formaggio più consumato fuori dall’Italia, mentre i loro formaggi stanno là e vengono mangiati da palati mediamente molto meno attenti e ricercati dei nostri.
E sul fatto che le forme avessero la crosta nera?

Anche sull’affermazione sempre di Grandi, che le forme in origine avessero una crosta nera, non c’è nulla di nuovo. La crosta nera, qualche tempo fa si trovava anche in Italia e altro non era che uno strumento per difendere dagli insetti i formaggi in stagionatura, poi non più necessario grazie ai magazzini più moderni di stagionatura, puliti e temperati, perciò assai più sani.
In Italia si trovano, in ogni caso, ancora oggi decine di formaggi vaccini, pecorini o caprini che conservano la colorazione nera della crosta. Colorazione dovuta non a ragioni microbiologico-casearie, ma a distinzione cromatica e quindi a marketing territoriale. Non c’è bisogno, quindi, di andare nel Wisconsin per trovare la crosta nera.